Intervista a quattro prof Vivaio

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Intervista a quattro prof Vivaio

D: Professoresse Girotti, Caltagirone, Agosto, professor Occhipinti. Quando siete entrati in Vivaio?

Agosto: Entro in Vivaio nel 2007, senza avere un’idea precisa di che tipo di scuola fosse. L’ho imparato vivendola. Vivevo vicino alla Scuola e inizialmente l’ho scelta per comodità,  avevo una bimba piccola.

Quando sono arrivata ero molto severa, ero abituata ad avere un certo polso. Mi sono accorta quasi subito che qui non era necessario.

Girotti: Ho iniziato nel 1975, a 23 anni, quando la scuola si è aperta ai vedenti. Sono capitata per caso a insegnare. Facevo una tesi in storia della liturgia, andavo nella biblioteca della Cattolica per consultare le opere in latino di Ludovico Antonio Muratori, e usavo la lente di ingrandimento. 

Un giorno il mio relatore capita nella mia biblioteca e mi chiede, hai problemi visivi? E io: sì. Mi parla dell’Istituto dei Ciechi. 

Feci domanda per insegnare e fui chiamata dal preside, monsignor Varesi. Allora ero ipovedente, ora sono cieca assoluta. Monsignor Varesi era un uomo molto intelligente, aveva capito che la scuola avrebbe potuto non buttare le esperienze che c’erano lì. Gli insegnanti erano sull’orlo della pensione, ma c’erano esperienza e materiale didattico per poter continuare un’educazione per non vedenti e per vedenti.

I genitori della Scuola abbastanza da subito hanno combattuto affinché rimanesse aperta: non era ben vista, era una meteora a sé. Abbiamo avuto il loro appoggio ed eravamo un bel team di insegnanti giovani e desiderosi di sperimentare. 

Caltagirone: Entro di ruolo nel 1987. Qualche anno prima ero capitata in Vivaio per caso, con una supplenza che avevo accettato timorosa, chiamata dalla segreteria di un’altra scuola (presso cui avevo presentato domanda). Sono andata da mio padre, insegnante anche lui, e gli ho detto: papà, ho una supplenza. Lui: Bene. Io: è metà orario nell’Istituto dei Ciechi, metà orario nell’Istituto dei Sordi. Lui: sei una donna intelligente; ce la farai.

Occhipinti: Entro nel 2006. Ho capito che il mio profilo rientrava in quanto cercava la Scuola e mi sono proposto. Io mi sono laureato in Lettere Moderne con un percorso sul cinema che comprendeva materie di teatro, e avevo lavorato sia nel cinema che nel teatro, come regista e come attore. Ho anche avuto esperienze come autore della televisione: nel 1995, in collaborazione con l’enigmista Bardo, storico redattore della Settimana Enigmistica, ho realizzato, per l’allora televisione Telepiù 1, Cinenigmi, una trasmissione di 150 puntate che coniugava il linguaggio del cinema con quello dell’enigmistica classica.

D: Professoressa Agosto, secondo lei come mai non era necessario essere severi? 

Agosto: In Vivaio i ragazzi vivono una dimensione di comunità. Sentono che questo è un ambiente che li accoglie e li valorizza.

Il fatto che ci siano poche sezioni e che i laboratori siano aperti ad alunni e  insegnanti di classi diverse contribuisce a creare questo clima: ci si conosce un po’ tutti e si crea un ambiente familiare. Aiuta il fatto di essere una piccola comunità, una famiglia. 

Girotti: La caratteristica di questa scuola è la serenità con cui i ragazzi vengono a scuola. L’andare volentieri a scuola, soprattutto in preadolescenza… 

A volte capitavo a scuola prima, e c’era il gruppetto di ragazzi che parlavano, si trovavano… 

D: Per quali caratteristiche della Scuola i ragazzi vengono volentieri

Agosto: L’offerta della Scuola, particolarissima, stimola moltissimo la creatività. 

E poi la preadolescenza è un’età in cui i ragazzi si fanno tanti problemi su come appaiono, cercano nel consenso degli altri una propria affermazione individuale: qui la diversità non viene additata, ma vissuta come un arricchimento di tutti. I ragazzi si sentono supportati e compresi. Non è che diciamo “fai quello che vuoi”, gli si danno regole, ma gli si dà anche modo di parlare… 

D: Avete accennato al fatto che nei laboratori lavorano insegnanti di classi diverse. Come collaborate tra professori?

Caltagirone: Nei laboratori di drammatizzazione, lavori sempre in collaborazione con un collega, in due è più facile cogliere fragilità ed elaborare soluzioni. Se hai in un gruppo con particolari difficoltà, chiedi aiuto a volte anche a colleghi che seguono altri gruppi, ci si è sempre aiutati. Mi è capitato di chiedere aiuto al professor Distaso ad esempio quando dovevo far venir fuori maggior energia mentre nelle scene più lievi, invece, “da carezza”, davo un aiuto io. Era così in tutto.

Occhipinti: Quando lavorano due insegnanti che conoscono i ragazzi possono sommare le forze, si riesce a fare di più una didattica individualizzata. La compresenza in classe è una risorsa da valorizzare. Quando sono due nella classe che conoscono i ragazzi, ci si dedica ai singoli. Poi la didattica della compresenza è più di tipo laboratoriale. È questa la direzione. Io la sostengo e spero che avrà ancora spazio il potersi dedicare a un fare scuola di tipo laboratoriale concreto, meno frontale.

Agosto: Aiuta anche l’avere tante figure all’interno della classe: educatori, insegnanti di sostegno. Questo rende più capillare il nostro intervento.

D: A proposito delle attività che stimolano la creatività e che fanno stare bene a scuola: quali sono le potenzialità del teatro?

Girotti: Ho sempre creduto molto nel teatro. Nei vantaggi del sentirsi protagonisti in un’età come la preadolescenza… Aumenta la propria autostima.

Caltagirone: Il teatro mette alla prova i ragazzi e gli permette di scoprire delle loro capacità che magari non conoscevano. E’ importante il percorso che si fa insieme, non solo lo spettacolo che arriva alla fine – che è un’emozione unica davvero, non solo perché viene fatto una volta sola… ne ho fatti tanti e le saprei ancora raccontare quasi tutto di quasi tutti.

Quando ho iniziato a fare teatro è stato qualcosa di estremamente coinvolgente.

Ma, dicevo, è importante il percorso. Non è: vado a recitare. Ma è: come ci sono arrivata io lì? Che cosa ho provato?

Ricordo tantissimi corsi di aggiornamento per provare sulla nostra pelle quello che poi dovevamo far provare ai ragazzi.

Io non posso far capire a un ragazzo come far passare ad esempio il sentimento di tenerezza se questa cosa non l’ho provata su di me, a questo arrivi attraverso giochi, lavori con delle tecniche.

Il teatro è “qualcosa che parte dal corpo”, non solo un testo su cui lavori.

Fare teatro all’inizio è difficile, ti spogli di fronte agli alunni, vedono la tua anima, non è facile.

Per loro diventava ancora più strano che la professoressa di matematica facesse questo.

Quando ero giovane, appena laureata, la paura era di non sapere tenere la classe, questo fa

sì che tu sia più rigida rispetto a quello che sei davvero. Mano a mano che invecchi diventi più brava.

Ho imparato a mettere giù la maschera, il teatro mi ha aiutato.

Agosto: Teatro e drammatizzazione rendono consapevoli delle potenzialità espressive che ciascuno ha. 

Del fatto che si può comunicare attraverso lo sguardo, con la gestualità. Gli alunni scoprono il proprio corpo quando si sentono dire: “Sai che quando fai quello sguardo sembra che pensi questo?”

Inizialmente non hanno idea che attraverso lo sguardo possono trasmettere sentimenti.

Inoltre imparano che non esistono solo loro e le loro esperienze. Quando ci si mette nei panni di qualcun altro, a forza di fare questo gioco si sviluppa una grande empatia. Mettersi nei panni di una persona che sta piangendo, di una persona che non vede, che non sente, che viene esclusa… imparano a guardare, a capire cosa può provare un’altra persona, a guardarsi intorno e a cogliere diversi bisogni, in un’età in cui per natura sono concentrati sui propri. Imparano a tener presenti i bisogni degli altri.

D: Da dove nasce questa vostra attenzione all’età?

Agosto: Io ricordo molto bene anche la mia esperienza personale. Ho fatto la prima media a Roma, poi dalla seconda la mia famiglia si è trasferita a Torino per lavoro, per me è stata una tragedia. Adesso – con gli occhi di insegnante – capisco che quella in cui ero stata inserita era una classe molto divisa al suo interno e dalla quale sono stata esclusa in un’età in cui – adesso me ne rendo conto – in un periodo così breve avvengono cambiamenti incredibili.

In prima i ragazzini arrivano e mi chiamano maestra, mamma e anche nonna. Sono spaesati. Hanno un gran desiderio di raccontare le loro esperienze. Poi si ammutoliscono un pochino, verso la seconda. Mentre in prima mi riempiono di domande, in seconda iniziano a guardarsi intorno, a guardarsi nello specchietto nascosto nell’astuccio. In seconda media ci sono i primi pianti e, quando si va in gita, la terza sera – quella della “discoteca”, per alcuni è la serata delle aspettative deluse, dei primi sogni infranti. In terza media sono ormai proiettati verso le superiori.

Questo cambiamento così rapido non c’è più in nessun altro ordine di studi.

D: Alcune pratiche in Vivaio arrivano da un metodo di apprendimento pensato per i non vedenti, che ha poi avuto vantaggi per tutti. Succede che in altre scuole diventi necessario avere polso, essere severi. Quali pratiche o approcci si potrebbero suggerire – magari come progetti extracurriculari spot – con l’obiettivo di stare bene a scuola?

Agosto: Per le attività pratiche speciali c’è la progettazione e poi la concretizzazione del lavoro. E’ bellissimo. La progettazione – che avviene anche nelle altre scuole – qui non rimane qualcosa sulla carta. E’ finalizzata a realizzare qualcosa, è molto più gratificante. I ragazzi si dicono: ecco a cosa serve progettare.

Per quanto riguarda le attività ritmico-sonore e la musica, ricorderò sempre il mio primo laboratorio quando sono arrivata: il professor Pasquini aiutava i ragazzi a inventare una storia, poi ciascuna storia veniva accompagnata da un suono, ad esempio con le spazzole sul rullante. Ogni storia era accompagnata da uno strumento musicale…

Girotti: Per geografia i ragazzi magari non sanno come sono collocate le province in Lombardia. Si prendono 12 ragazzini, uno fa Como… Loro dicono: no, guarda che Pavia è proprio a sud, devi stare di fronte a Milano. E poi cosa succede, che in questa disposizione la voce di un ragazzo è la voce di Sondrio. Si comincia a localizzare e a rendersi conto – non tattilmente ma con il suono – dove sono collocate le varie province – anche per i ragazzi vedenti si impara di più facendo. 

Si studia il Medioevo: perché non impersonare il cavaliere, la dama, il re, il contadino… Si facevano delle improvvisazioni alla fine dell’argomento, in modo tale che ognuno impersonasse il personaggio, attenuando la luce… Questo li divertiva e gli dava la possibilità di sentirsi protagonisti.

Agosto: Un’altra pratica che abbiamo è che creiamo dei gruppi di tutoraggio. La collaborazione tra pari è fondamentale: questo li fa star bene quando sono qui, sanno che non sono giudicati se hanno una difficoltà, possono aiutare e farsi aiutare su altre materie. Il fatto di eccellere in qualcosa ti fa sentire più gratificato se puoi aiutare un tuo compagno. Sono tanti i lavori che fanno tra pari. Il costruire una mappa concettuale, per esempio: c’è chi lo sa già fare e chi no. Per imparare a esporre i ragazzi si interrogano a vicenda… 

Mensilmente cambiamo i posti di banco, questo favorisce il fatto che si creino relazioni nuove.

Occhipinti: Un’attività che facciamo con i ragazzi, quando si trovano in qualche difficoltà all’interno del gruppo classe, è il circle time. Ciascuno parla di ciò che gli sta a cuore tenendo un oggetto in mano e poi lo cede alla persona a fianco, che prende il turno per comunicare il suo pensiero. E’ un modo per lasciar dialogare i ragazzi sotto la supervisione dell’adulto che non interviene ma guida, stimola e fa da moderatore per garantire uno scambio equo. I ragazzi li scopriamo sotto una prospettiva diversa. E’ uno strumento che usiamo per risolvere qualche tema serio oppure questioni di importanza passeggera.

Caltagirone: E’ importante parlare con i ragazzi e con le loro famiglie, affrontare i problemi e superarli insieme. Ricordo un ragazzino in terza, lo vedevo fragile, ma lui desiderava fare il Liceo Scientifico, ed era importante la mia parola per la scelta in Consiglio.

Perciò ho chiamato la mamma e le ho detto: “Sono molto preoccupata, lo vedo fragile. Ma lui

cresce e cambierà. Se voi mi assicurate che di stargli vicino e che se perde un anno pazienza, e gli date il tempo di crescere e rinforzarsi si può fare altrimenti io non consiglio questo Liceo.” La mamma ha detto ok, ed è andato allo Scientifico e lo ha fatto con

soddisfazione.

D: C’è anche tanta disponibilità da parte di voi professori nel comunicare e nel trovare strade nuove 

Girotti: E’ importante per i professori mettersi in gioco. E’ insegnando che uno impara ad insegnare. 

Succede che gli insegnanti curriculari non si occupino dei disabili perché tanto c’è l’insegnante di sostegno… Vedo dei professori di sostegno che vengono al Dialogo nel Buio, dove sono guida. Sono attaccati al loro ragazzo disabile. L’insegnante di sostegno diventa una protesi umana. Anche i compagni non sono invogliati ad avvicinarsi perché fa tutto l’adulto. 

L’insegnante di sostegno dovrebbe essere di aiuto alla classe, non al singolo.

D: Tornando alle materie che si insegnano in Vivaio e che si possono suggerire come progetti speciali ad altre Scuole c’è, naturalmente, il Teatro. Abbiamo detto che lo spettacolo che arriva alla fine è un’emozione unica, ma è importante anche il percorso, di cui ci ha parlato anche la professoressa Aloisi nella sua bellissima intervista. Non è vado a recitare, ma come ci sono arrivato io lì. Come? 

Caltagirone: Si lavora su di sé, su come sei, come ti senti. Sul tuo respiro, sul tuo movimento, sull’emissione del suono, sui profumi che senti.

Li porti a vivere una serie di esperienze che poi aiutano quando sei in scena.

In un laboratorio di rilassamento, rimandi a immagini e percorsi. Io ne facevo uno sul cambiamento: immagina di diventare pesce o un altro animale o pioggia…

Alla fine li porti a dire: adesso vi alzate in piedi e siete animali. Nel momento in cui vi alzate, siete già animali: decidete quale animale siete. Un ragazzo ha fatto il camaleonte… girava con la lingua che veniva fuori a scatti rapidi, andando a cercare le mosche.

Poi proponi ai ragazzi delle attività per superare la barriera che ci tiene un po’ separati.

Un’ora di laboratorio sulla carezza, sul permettere all’altro di avvicinarsi e superare quello spazio privato che ognuno ha intorno a sé o sul guardarsi negli occhi senza ridere o fare smorfie.

Lavori sul suono, sull’emissione della voce. Sull’usare le parole per esprimere qualcosa.

Si usava una poesia che veniva prima recitata come se fosse gridata, poi sussurrata, poi era

cantilenante come la voce di bambino. Quando l’avevi imparata, la dicevi a coppie con l’intenzione di dichiarare amore: diventava una dichiarazione d’amore. L’altro poteva accettare o rifiutare. Poteva farlo in tanti modi: se era un rifiuto, poteva dire: non ti sopporto.

Oppure sei noioso. O rimaniamo amici…

L’uso della voce portava i compagni presenti, che facevano la parte del pubblico, a capire quale fosse il messaggio.

In questo caso li mettevi di fronte al fatto che era importante il suono della voce, e non la parola.

D: Lo spettacolo coinvolge tutta la classe?

Caltagirone: Sì, è importante che tutti siano in scena e abbiano la propria parte. Nel momento in cui tra colleghi suddividiamo le scene, se abbiamo ragazzi con particolari difficoltà, andiamo a scegliere la scena in cui prevediamo di poterli far lavorare al meglio. E’ una prassi comune: di fronte al ragazzo con difficoltà che voglio portare in scena con soddisfazione come lavoro?

Per un ragazzino ho costruito un naufragio con momenti di disequilibrio e rotolamento a terra, in modo tale che ci fosse un lavoro anche con lui. E’ capitato che all’ultimo momento i genitori non si siano sentiti di mandare in scena il ragazzo. Li abbiamo invitati allora al laboratorio: hanno avuto la soddisfazione di vedere comunque il lavoro che faceva loro figlio

insieme ai compagni.

In uno dei miei gruppi avevo due ragazzini, uno con un po’ di difficoltà e che parlava poco ma sapeva ballare come una star, era bellissimo mentre lo faceva. Nello stesso gruppo c’era

una ragazzina sordo cieca. La parte finale della loro scena è stata un balletto, sulla musica di Thriller di Michael Jackson, che ho costruito con l’aiuto di una mamma che insegnava danza, i ragazzi ballavano in coppia e questo permetteva di stemperare le difficoltà. E’ stata

davvero bella. Alla fine, l’applauso che c’è stato… è stata una grande soddisfazione per tutti

loro.

Se la parola non viene fuori nel modo che serve per il teatro, facciamo altro.

D: Lo spettacolo viene recitato della terze, ma inizia in prima media e alla fine si porta in scena con il contributo di tutti.

Caltagirone: Certo, è fondamentale la collaborazione con gli alunni di altre classi e coi genitori.

Per lo spettacolo “Il più grande uomo scimmia del pleistocene” – è stato un capolavoro – avevo 75 uomini scimmia.

I ragazzini di prima nel laboratorio tattile avevano usato la rafia e gli ossobuchi puliti per creare gioielli, cinture.

Per gli altri spettacoli, alcuni costumi li avevo, lì no, dovevo farli tutti. Abbiamo pensato ai costumi e con le mamme si è creata una situazione meravigliosa. Una mamma aveva un appartamentino libero e per un po’ di serate ci siamo trovate a cucire, tagliare… da leggins e

magliette tinte in casa… dei costumi meravigliosi.

Poi arrivavamo alle prove, c’era un gruppetto di genitori che portavano il materiale… armati di ago e filo perché c’era sempre qualcosa da sistemare.

Io facevo la mia parte dietro le quinte con una squadra di seconda media, un gruppo di ragazzini di cui fidarmi ciecamente, per portar sul palco tutti i materiali, non potevano dimenticare nulla…. nemmeno la penna che al ragazzo serviva per la firma.. avevano una grande responsabilità.

Per un altro spettacolo, il professor Distaso aveva conosciuto una cooperativa che trafficava con le biciclette, ci avevano realizzato questa bibici – nella storia si chiamava così –, era come una seggiovia: due ragazzini seduti a fianco, ma con le bici.

La mamma di tre nostri alunni lavorava come scenografa nei laboratori della Scala e per tantissimi anni ha costruito splendido materiale per noi.

Nell’Orlando furioso c’era un papà burattinaio, muoveva lui il cavallo alato.

D: Durante il Covid avete potuto sperimentare un altro linguaggio: quello del cinema. 

Occhipinti: È stata un’esperienza unica. L’anno in cui dovevamo stare a distanza. Prima, avevamo fatto diverse volte delle attività di cinema: abbiamo scritto, abbiamo fatto dei corsi

di sceneggiatura nelle mie ore, abbiamo anche sviluppato un progetto sul cinema che prevedeva la visione e la critica dei film secondo una prospettiva storica.

Il covid ha riattivato necessariamente il discorso del cinema.

Dal 2020 al 2022 abbiamo realizzato dei film al posto dei nostri tradizionali spettacoli di fine anno. Sono state scritte le sceneggiature, e i film sono stati girati a scuola, montati e proiettati in pubblico.

Nel 2022 le tre classi terze hanno realizzato un film collettivo, “De Schola”, ispirato al mondo

della scuola. La mia classe ha preso spunto da “L’Attimo fuggente” per girare “Carpe Diem”.

I ragazzi hanno anche scritto le musiche e le hanno eseguite.

A maggio del 2023 siamo andati a Roma come ospiti di un festival di cinema per ragazzi. Il film è stato proiettato fuori concorso ed è stato accolto benissimo, un grande successo.

È difficile fare cinema a scuola, è un’avventura, ci siamo riusciti perché non sono state fatte le gite e abbiamo avuto una settimana per girare. Si gira a scuola, l’organizzazione richiede che si fermi tutta la scuola. Ce la siamo cavata benissimo, anche grazie a un gruppo di genitori che ci ha aiutato molto.

D: Anche fare cinema può essere inclusivo?

Occhipinti: Nel cinema l’alunno con difficoltà – con disabilità o con difficoltà a mettersi in gioco – si sente meno timido. Anche in questo caso i ruoli sono stati costruiti ad hoc per ciascuno. Anche qui si è messa in secondo piano la fragilità, è emerso qualcos’altro. La disabilità si scioglieva dietro agli altri ruoli.

Agosto: II fatto di avere la possibilità di ripetere la stessa battuta li rendeva più sicuri, e il non avere un pubblico permetteva ad alcuni di poter avere parti anche lunghe. 

D: Lo scorso anno è ripartito il teatro, con tutto il percorso di preparazione – il come arrivo lì – di cui abbiamo parlato anche con la professoressa Aloisi.

Agosto: Tutta la parte di drammatizzazione è volta al momento dello spettacolo di teatro. 

Gli esercizi per occupare lo spazio in modo omogeneo non hanno senso nel cinema, così come l’uso della voce che deve poter arrivare in fondo alla platea, e la gestualità più esagerata perché che si veda anche in fondo: questo non è richiesto nel film.

Nel teatro possono trovare maggiori difficoltà rispetto al film. Anche il momento in cui devono parlare davanti ai loro compagni, è una grandissima emozione. 

Ma quando vedono le persone venute ad applaudirli… capiscono che se hanno superato questa prova, possono superarne altre. E’ un grande momento di gratificazione e conferma di cui hanno bisogno.

D: Si potrebbe pensare a dei piccoli progetti, legati al cinema?

Agosto: I ragazzi sono molto vicini a quel linguaggio. Due anni fa abbiamo partecipato a un Contest di Bookcity e alcuni alunni hanno voluto farlo attraverso un video. 

E’ uno strumento che – anche se in maniera embrionale – sanno padroneggiare.

D: Tornando al teatro e alla sua capacità di far intuire nuove possibilità, al di là di ciò che si vive e prova nel presente, in un’età molto particolare come quella della preadolescenza…

Caltagirone: Nei laboratori ci sono classi miste. Un ragazzino fragile magari nella sua classe viene visto in un certo modo, ma per lui – quando lo metti in un laboratorio con compagni che lo conoscono poco – è un’altra vita. Si espone in un altro modo e spesso ne esce più forte con una nuova immagine di sé.

Agosto: La professoressa Gorgone diceva: la spazio della drammatizzazione è uno spazio magico, diverso da tutti gli altri. I ragazzi li accoglieva con un sorriso, una carezza. Chiedeva: come stai? I ragazzi potevano rilassarsi. Non era il momento del giudizio. Capivano che quella era una realtà diversa da quella della classe. 

D: Professoressa Caltagirone, ci parla della sua esperienza con la discalculia e di come questa sua difficoltà è “entrata” in classe?

Caltagirone: A un certo punto della mia vita ho scoperto di essere discalculica, per caso. Ho fatto un corso di aggiornamento e mentre il relatore parlava ho cominciato a star male, e sarei scappata fuori. Ho capito una serie di vissuti della mia infanzia che prima non avevano senso, ed anche delle cose che facevo da insegnante: ad esempio tenevo una mano in tasca dei pantaloni quando facevo i conti alla lavagna, per tenere i resti.

Ho iniziato a raccontarlo ai miei alunni, all’inizio della prima media, aspettavo un po’ di giorni per fare un po’ di conoscenza reciproca e poi gli dicevo: se un giorno vi dico 3 e scrivo 5, voi non dovete ridere. Dovete dirmi: prof ha scritto 5, e io correggo, e gli raccontavo di me…

Questo mettermi a nudo rispetto a questo mio limite mi rendeva, come dire, più forte nella relazione. Che fossero discalculici o no, non importava. Loro sapevano che potevi avere un limite e farcela. Questo permette anche a loro di affrontare i loro limiti con meno paura. 

Ai genitori e ai ragazzi discalculici dicevo, il mio consiglio è di non usare la calcolatrice. In verifica sì, se proprio ne hai bisogno o se hai stanco. Io , ancora adesso alla sera quando sono stanca non controllo neppure il resto che mi danno in negozio. Ma finché potete, non usatela. Questo vi permette di creare dei percorsi mentali per risolvere i calcoli.

All’università per l’esame di statistica ho usato la calcolatrice, e nel giro di qualche mese mi sono accorta che ero molto meno brava nei calcoli, avevo perso qualcosa che si era sviluppato, e per recuperarlo ho ridotto l’uso al minimo indispensabile .

Con la discalculia funziona la logica. Imparare le tabelline a memoria, no. Io contavo con una velocità pazzesca.

Le formule, studiavo solo le indispensabili, anche ai miei alunni dicevo: si impara solo la formula diretta, le altre si ricavano.

Io non li mollavo finchè non ero sicura che avessero capito, e non ho mai dato una formula senza spiegare da dove arrivasse, le formule non piovono dal cielo.

Ci sono dei momenti quando spieghi in cui “i fili” con gli alunni li hai tutti, come fossimo legati, tu stai facendo matematica e loro sono tutti con te, non ne hai perso uno. E’ un momento magico.

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